Sara Vezza e il nuovo corso di Josetta Saffirio

Sara Vezza e il nuovo corso di Josetta Saffirio

Degustando
di Sara Missaglia
20 febbraio 2025

Figlia di un enologo e di un’agronoma, a 17 anni ha capito che il suo posto era in mezzo alle vigne delle Langhe. Nel 2023 l’arrivo della holding di Renzo Rosso ha dato il via a un nuovo inizio con investimenti mirati e l’acquisto di nuovi terreni.

Ereditare il futuro, verso un nuovo umanesimo: con queste parole ha inizio l’incontro con cui Sara Vezza e Umberto Marchiori, consulente enologo di Brave Wine, la holding del vino di Renzo Rosso che dal 2023 detiene la quota di maggioranza nella compagine azionaria, hanno accolto giornalisti ed esperti in un incontro a Milano. 

Renzo Rosso è celebre per aver fondato il marchio di moda Diesel ed essere a capo di OTB, il più grande e importante gruppo di moda e lusso italiano. Dal 1999 vengono prodotte più di 120 mila bottiglie, adottando metodi sostenibili: siamo nel cuore delle Langhe, a Monforte d'Alba, e Sara Vezza rappresenta la quinta generazione della famiglia. 

Umberto Marchiori e Sara Vezza

Non è un’azienda di grandi numeri, ma si propone come una realtà che correla i valori di una rinnovata consapevolezza del valore del territorio, con il desiderio di raccontare la Langa più profonda e autentica. L’ingresso nel capitale della holding di Renzo Rosso, sostiene l’azienda, non è frutto di un’iniziativa speculativa o commerciale, ma mira a mettere a fattor comune risorse e competenze per mantenere intatto da un lato lo stile e la filosofia che sono proprie di Sara Vezza, e dall’altro tutte le opportunità di un network importante come quello di Brave Wine. 

«La chiamata di Renzo Rosso è stata per la mia cantina e il mio progetto il segno di un riconoscimento delle nostre comuni aspirazioni. Ci siamo trovati subito in sintonia su qualità, etica, rispetto della natura e desiderio di crescita», racconta Sara Vezza. Così come la progettualità di Rosso per l'Alta Langa DOCG ha incontrato nella visione di Sara un terreno fertile per nuove ambizioni. L'accordo tra questi due personaggi si traduce in un aumento di capitale che vede Renzo Rosso acquisire una quota significativa della cantina, senza alterare la governance diretta da Sara Vezza. «Questa nuova fase si baserà su un dialogo costante con i consulenti di Brave Wine, per crescere insieme – continua Sara Vezza –. Gli investimenti mirati in cantina, l'ampliamento delle strutture e l'adozione di tecnologie all'avanguardia, unitamente all'acquisto di nuovi terreni, sono la dimostrazione tangibile della fiducia reciproca e dell'ambizione condivisa». 

Le origini contadine

Il papà di Sara Vezza, primo enologo della Marchesi di Barolo, e la mamma Josetta, agronoma e insegnante alla Scuola Enologica di Alba, nel momento in cui il mezzadro che conduceva la cantina decise di andarsene, si trovarono a gestire quel poco di vigna che era rimasto, trasformandosi in produttori. Si trattava inizialmente di un secondo lavoro da portare avanti nel fine settimana. Un mondo dove non era nemmeno ammessa, racconta la produttrice, la vendemmia verde, quasi vista come un peccato mortale. Un passaggio di forma ma anche culturale, in cui, con lungimiranza, i genitori di Sara hanno acquistato altra terra. E poi arriva lei, un diploma al liceo classico e una laurea in scienze della comunicazione, che sembravano avere poco a che fare con il mondo vitivinicolo. Ed è così che il padre le ha messo in mano un paio di forbici per potare e una zappa. La storia comincia con gesti forti, l’impatto è deciso. In realtà il rapporto con la natura e la campagna, il vivere la stagionalità e il vedere il ciclo della vita per Sara sono diventati fondamenti che ancora oggi guidano la sua attività. 

La biodiversità è un aspetto importante: la cantina dispone di 20 ettari di vigneto e 16 di bosco rinnovato, in cui è presente una tartufaia sperimentale. «Questo progetto», racconta Sara Vezza, «nasce per iniziale volontà di mio padre e si ispira alla grazia e splendore delle orchidee selvatiche, veri e propri gioielli naturali che germogliano armoniosamente tra i filari, emblemi viventi di un ecosistema florido e vitale. Motivati da tale bellezza abbiamo deciso di agire concretamente, ponendoci l'obiettivo ambizioso di salvaguardare la biodiversità della zona e ridurre l'incidenza ambientale della nostra attività vitivinicola». 

Il primo calice è un Rossese bianco, una produzione molto limitata, intorno alle 6000 bottiglie. Un vino che sembra strizzare l’occhio alla non lontana Chablis, e che ha reso elegante un vitigno che, soprattutto nelle fasi giovanili, appare piuttosto scontroso e rustico. 

La degustazione prosegue con cinque Barolo di Josetta Saffirio, di cui tre provenienti da single vineyard.

Barolo Monforte d’Alba DOCG 2020

Arriva dal corpo centrale vicino alla cantina e con un'esposizione sud-est, su un terreno molto antico dal punto di vista della formazione geologica della collina di Castelletto, fresca rispetto al dirimpettaio Serralunga. L’aspetto è brillante, con tonalità giocate su un rubino acceso quasi violaceo. La frutta è ancora croccante, con un naso molto elegante e da cui immediatamente si riverberano sensazioni floreali marcate. Freschezza data da piccoli frutti rossi tra lampone e mirtillo rosso, che si alternano ad erbe aromatiche e sbuffi agrumati che rendono il naso elegante e invitante. Inizialmente timido, tende ad aprirsi dopo qualche minuto, rivelando un sorso dal tannino molto agile, integrato, totalmente privo di sensazione amaricanti. Una bocca sicuramente dissetante, generosa e succosa. La 2020 che è stata un'annata più calda rispetto alla 2019 e rispetto alla 2021: oggi si dona molto bene, con un sorso di grande piacevolezza e con un frutto di grande vitalità. L’abbinamento è con una tartare di fassona, con la nocciola classica gentile tonda, un fondo bruno e scarola riccia, per regalare un po’ di croccantezza e di freschezza al piatto. 

Barolo Castelletto Persiera DOCG 2020 

Qui siamo a Castelletto, la stessa collina del Monforte. La particolarità è che sulla sommità si passa da 320 a 400 metri sul livello del mare e che il terreno è principalmente formato da sabbia del Pleistocene. Persiera significa pescheto: quando fu acquistato negli anni ’90 era un vigneto abbandonato e, oltre alle viti che ormai arrampicavano sulle piante, c'erano anche alcune pesche: nella tradizione langherola si poneva una pianta da frutto in cima al filare per la sensibilità alla peronospora. Il naso ha una iniziale dominanza di sensazioni floreali, seguite da ricordi di mirtillo, prugna, caffè e corteccia, con sbuffi che ricordano l’orzo tostato e il caramello. Profumi molto eclettici in cui si susseguono ricordi di radice, di felci e di cardo. Molto verticale e sapido, soprattutto nella parte finale, in cui terreni molto acidi e prevalentemente sabbiosi si fanno sentire. Il tannino è estremamente setoso ed elegante, con una chiusura tra il floreale e il vegetale. Un vino di grande eleganza per questo primo cru. «Lo immagino come una donna elegante con un vestito da sera, perché è estremamente fine ed intrigante», commenta Sara. 

Barolo Ravera DOCG 2020

Non ci troviamo nel comune di Barolo, ma in quello di Novello, che rientra tra i comuni nella Denominazione. La dinamica di assaggio cambia radicalmente, con un sorso che si fa più largo e orizzontale. Un vino non giocato sulla complessità, ma sull’agilità di beva, nella struttura granitica che via via si fa più approcciabile e svela un’essenza disponibile, generosa e con il desiderio di chiacchierare. Più sobrio rispetto al precedente, ma con un marchio tannico decisamente interessante. È il vino della compostezza, dove l’alcol è perfettamente integrato nella quota salina, per un finale delizioso e invitante. 

Barolo Perno DOCG 2019

Più che un vino, un’essenza, un profumo tra violetta e ricordi di cenere. Una fragranza da indossare, dotato di un bellissimo corredo floreale. Imperioso, esaltante, magnetico anche nel sorso, con essenze di liquirizia, genziana, elicriso, ginepro. Il tannino è perfetto, e la persistenza sembra essere infinita. La bocca si mantiene molto verticale, con una freschezza vibrante, e il finale è nitido, elegante e dinamico, anche se dotato di una struttura maggiore e di componenti tanniche più marcate rispetto ai precedenti. Un vino piacevolissimo e dalla grande attrattiva, composto e fedele alla denominazione ma con un’interpretazione del tutto contemporanea, e un’inclinazione forte alla grazia e all’agilità. Arriva da una delle vigne più antiche di proprietà: è stata ripiantata nel ‘92, in quanto prima era un noccioleto con esposizione a sud. Qui la marna è prevalente e conferisce una maggiore spinta dal punto di vista tannico. Il vino è dotato di grande espressività strutturale. Il piatto in abbinamento ai tre cru di Barolo è un risotto alla rapa rossa e gorgonzola.

Barolo Riserva Millenovecento 48 DOCG 2017

Si tratta di una vera icona di Josetta Saffirio. Viene prodotto nella menzione Castelletto ed è la vigna che è stata piantata dal nonno di Sara dopo la seconda Guerra Mondiale, nel 1948. Sono vecchie piante, di cui ancora circa il 75% sono originali. La 2017 è stata un'annata più calda rispetto alla ‘19 e un po’ più calda della 2020: il calice è una vera esplosione di terziari, che vanno dalle spezie alla prugna matura. «Questo vino esce solo come riserva, ed esce solo se se lo merita», conclude Sara. La prima nota ad arrivare al naso è quella di arancia sanguinella, seguita da macchia mediterranea, mirto, ricordi di miele di corbezzolo, tabacco biondo prugna e terriccio. Rigoroso e imperioso come solo le riserve sanno essere, è impreziosito da ricordi finali di agrume tra il mandarino, il pompelmo rosa e il melograno. Un nebbiolo con un pedigree purissimo, ma lasciato libero di esprimere note meno austere rispetto a referenze più tradizionali e canoniche, raggiungendo livelli di eleganza definiti soprattutto dalla parte salina. Il tannino è filigranato e la sua evoluzione nel calice è ammaliante. Morbidezza al palato, che diventa via via vellutato, ma sempre slanciato da un finale di cannella e di anice. Un vino che mantiene la tensione dal primo all’ultimo sorso. La sua chiave interpretativa risiede nell’eleganza, e il fulcro ne è la freschezza, che lo rende quasi animato. Un vino non giocato sulla muscolarità e sulla compattezza, ma sull’agilità e su una metrica degustativa che ha fatto della grazia il suo tratto distintivo. L’abbinamento è con una guancia di manzo brasata, purè di patate, cavolo nero e sautè.

La filosofia produttiva di Josetta Saffirio si basa sul concetto del "valore del tempo". Ogni fase della produzione, dalla coltivazione alla vinificazione, è scandita da un profondo rispetto per i tempi naturali, permettendo al vino di evolvere e maturare senza forzature. Questo approccio si traduce in vini che raccontano storie di pazienza, dedizione e armonia con l'ambiente circostante. «Siamo frammenti di un insieme più grande», conclude Sara Vezza. «Non ci proclamiamo creatori del vino, ma custodi della natura, sostenendo la crescita delle piante come se fossero nostri figli, in simbiosi con l'energia della terra. Il vino diviene espressione di vita, arricchito da microrganismi che ne favoriscono l'evoluzione».