I due Biava

I due Biava

L'aromatico italiano
di Massimo Zanichelli
28 marzo 2025

È rosso invece di essere bianco o giallo e ha sul monte Bastia a Scanzorosciate, provincia di Bergamo, un terroir elettivo. Manuel Biava, uno dei suoi più importanti interpreti, ha dedicato al Moscato di Scanzo tutta la vita, arrivando a produrre, accanto a quella tradizionale passita, anche una versione secca.

Si chiama Monte Bastia (con l’accento sulla prima “a”) anche se in realtà è una collina, l’unica del comune di Scanzorosciate. La chiesetta sulla cima ha tre croci (da cui l’altro nome della collina, Monte delle Tre Croci) orientate su Scanzo, su Rosciate e su Negrone (il comune sparso di Scanzorosciate ha altre due frazioni: Tribulina e Gavarno Vescovado, diecimila abitanti in tutto). Poco sotto ci sono le vigne di moscato di Scanzo dei Biava: Giovanni, il nonno (classe 1908, vissuto fino a 95 anni), che comincia come fattore per i Savoldi, una delle più importanti famiglie locali, finché il segretario del vescovo di Bergamo non gli chiede di occuparsi della vigna della Curia sul Bastia; ed Manuele, detto Manuel, il nipote, che ha sempre lavorato con lui, imparando quello che c’era da imparare al di là degli studi di agraria ed enologia, e nel 1988, all’età di 18 anni, imbottiglia la sua prima annata (quella successiva sarà la prima a essere etichettata). I quasi due ettari terrazzati di moscato di Scanzo, storica varietà nera esclusiva di quest’area e della limitrofa Valcalepio, crescono tra i 380 e i 330 metri di quota su una roccia opaca, grigio-bluastra, molto friabile. 

«È così diversa dalle altre che probabilmente i vecchi la consideravamo una roccia aliena, gli hanno dato il nome di sass de Luna perché pensavano di coltivare uva su un asteroide. Qui la vigna produce pochissimo, ha un’esposizione perfetta, prende il sole tutto il giorno, in estate anche due ore in più rispetto alle vigne più in basso, con una ventilazione costante. Vecchie viti di quarant’anni a pergola bergamasca, grappolo spargolo e poca produzione: l’incenso, il tabacco, le spezie del Moscato di Scanzo nascono da queste condizioni ideali» dice Manuel. 

C’è poca terra, le radici delle piante devono letteralmente conficcarsi nella roccia e le prime gemme non sono fertili. «Nel 2003 ho piantato un vigneto dove c’era il capanno di caccia del nonno e l’ho vendemmiato per la prima volta nel 2022, dieci anni dopo, perché su questa roccia la vigna ha bisogno di molto più tempo. I pali vanno sostenuti perché non si conficcano nel suolo e quando muore una pianta usiamo il cricchetto per estirparla. I trattori non possono lavorarci, facciamo tutto a mano. Da questa vigna nascerà un Moscato di Scanzo dedicato al nonno».

Durante la vendemmia, che in genere cade nei primi quindici giorni di ottobre, la selezione delle uve è rigorosa per evitare che la buccia molto sottile degli acini si rompa attirando moscerini e muffe durante l’appassimento. Dopo i due mesi sui graticci, la sgranatura manuale e la vinificazione in acciaio, ci vogliono cinque anni di maturazione e uno di affinamento in bottiglia prima che il vino esca sul mercato.

Il Moscato di Scanzo 2018 ha colore rubino intenso con sfumature granato acceso, un olfatto che è un susseguirsi di erbe aromatiche, rosa canina, lavanda, spezie macinate, chiodi di garofano, noce moscata. Il sorso è aromatico-sapido, dolce/non dolce, continuo e incessante, con persistenza floreale ed ematica, allungo di arancia sanguinella, visciola, salvia, chiodi di garofano. «Questo vino rappresentava nell’Eucarestia il sangue di Cristo, non doveva essere troppo opulento e zuccherino, ma più austero».

Un mese prima della vendemmia per il Moscato di Scanzo, vengono raccolte le uve per la versione secca, che Manuel produce da qualche anno. «È il contrario dell’altro: uva quasi acerba, svinatura dopo sei ore e due anni in cemento». Di colore rubino chiaro, l’M Secco 2019 è un’elegia di fiori rossi (rosa, peonia, garofano), è fresco e contrastato, sapido e tonico, dal tannino vivo e dall’allungo dinamico con note ematiche, floreali, speziate.

Ma i moscati di casa Biava non finiscono qui. 

Già prodotto dal nonno, il Giallo proviene da uve moscato giallo del vigneto Gatt piantato negli anni Settanta. «Ha dentro il 20% di Fior d’Arancio, che il nonno odiava perché durante l’appassimento attirava le vespe che poi andavano a pungere il moscato di Scanzo, che ha la buccia più sottile». Il 2015 ha colore dorato-grano con riflessi topazio, profumi di pasticceria (panettone, crema), note di eucalipto, sorso denso quanto secco, austero e tonico, con tante erbe aromatiche e un finale lungo e progressivo di dolci da forno, babà, crema pasticcera, cera d’api e caramella d’orzo.

L’Exenthia è invece un taglio tra i due moscati, giallo (70%) e rosso (vinificato in bianco). «La Curia voleva un vino da messa che non macchiasse così tanto come il Moscato di Scanzo ed è nato l’Exenthia». Il 2013 ha tinta grano con riflessi tra il topazio e il bronzeo. Note di muschio e crema pasticceria al palato, con palato denso e rigoroso, dolce-sapido.